Carlo Lei su Contemporaneo Futuro per Liminateatri

Guardare e guardarsi crescere: tre lavori a Contemporaneo Futuro di Carlo Lei

Assistere a un festival di teatro per le nuove generazioni, specialmente se non si è particolarmente addentro al “genere” (ma è un genere?), pone alcune questioni immediate. Ad accenderle è forse responsabile quella particolare postura percettiva di chi guarda non più con due ma con quattro occhi, i propri e quelli del piccolo pubblico, in un andirivieni scomodo, non privo di affanni. La prima di queste questioni, incontenibile, è già schizzata fuori nella prima parentesi, ed è se, al di là del settarismo richiesto dalle ragioni del sistema commerciale e distributivo, i lavori rivolti al giovane pubblico condividano lineamenti comuni sufficientemente marcati da consentirci di accoglierli in un unico contenitore teorico.
Gli spettacoli di Contemporaneo Futuro, la rassegna curata da Fabrizio Pallara per il Teatro di Roma, approdata alla sua quarta edizione anche nella tempesta della nomina di Luca De Fusco a direttore artistico, ci suggeriscono di rispondere decisamente no, cioè che “non esiste (più?)” il teatro ragazzi. Ciò che un tempo si liquidava con quest’espressione mostra anche in queste giornate di festival un ventaglio così ampio e variegato di linguaggi, di strumenti, di tecniche che, dal lato della scena, cioè di chi fa, impedisce una qualsiasi tipizzazione e che, dal lato di chi lo guarda, può rivendicare un fluidificarsi, un problematizzarsi della figura dello spettatore. A partire da quell’elemento che, estrinseco quanto si vuole, avrebbe potuto garantire un indicatore comune ai lavori della rassegna: l’età anagrafica.
Se, per esempio, alla replica dell’ormai decenne Tenace soldatino di piombo del Teatro delle Apparizioni il pubblico dei piccoli e dei loro genitori era decisamente prevalente, alla visione mattutina (ma domenicale) di Marmocchio dei Sacchi di Sabbia se ne contava giusto un paio, nonostante la sala tutt’altro che vuota, e uno o due coraggiosi assistevano alla gremita recita di Rosso, qualche giorno prima, del giovane gruppo UROR. L’assenza di ragazzi o bambini a uno spettacolo va innanzitutto analizzata a partire dal dato di fatto che sono proprio i genitori, almeno fino a una certa età, a portare a teatro i propri figli (così come sono loro a portarli in libreria). È più interessante, e forse ci può dire qualcosa anche sul primo punto, interrogarci su cosa sia a produrre la numerosa partecipazione dei grandi senza figli a spettacoli esplicitamente rivolti ai ragazzini – anche se non manca nella programmazione un lavoro magnifico come Con la carabina con la regia di Licia Lanera, nato e premiato come spettacolo per grandi.
Si potrebbe azzardare, per spiegare questa curiosità degli adulti, una complicità verso opere che nascono da un’esperienza condivisa al di là delle storie personali, quella dell’essere stati bambini, dell’aver conosciuto, noi e loro sul palco, la stessa avventura dell’infanzia, anche quando in contesti lontani e diversi (ma non abbiamo forse ascoltato tutti, più o meno, le fiabe spaventose, canticchiato le nenie, sillabato le conte?). Un luogo di comune esperienza e di nostalgia, insomma, tematizzate come sostrato di una ricerca sfrondata di sovrastrutture intellettualistiche o libresche, raccolta attorno ai grandi nuclei della paura e del piacere, della tristezza e della speranza, della implacabile divisione tra bene e male; occasione per tutti di ripetizione, come, di nuovo, si ripetevano senza noia fiabe, nenie, conte, in quel rassicurante rincantucciarsi persino nella paura, nel protratto ululato dell’orrore.
Della paura e dell’orrore si fa carico Rosso, un lavoro accompagnato dal Festival nel suo percorso di creazione, già in scena lo scorso anno per i primi venti minuti e a Short Theatre 2023. Si tratta di un lavoro disturbante, nutrito di immaginario horror, che investe sul mito di Cappuccetto Rosso la possibilità di una peripezia attorno ai temi dell’adolescenza, della maturità, dell’iniziazione, della morte. Il lavoro di Caterina Rossi ed Evelina Rosselli consta di tre densissimi capitoli, tre grumi scenici sostanzialmente statici, tumefatti, eppur straziati al loro interno, solo flebilmente comunicanti l’uno con l’altro, in una scelta drammaturgica a stazioni, come a stazioni, nei suoi tre luoghi, è distribuita la fiaba d’origine, la casa della mamma, il bosco, la casa della nonna malata. Nel primo e più affinato capitolo, aperto da un personaggio-lupo che si netta le mani dal sangue, la protagonista è un burattino dai lunghi capelli e dal volto espressivo, con manovratrice in nero (Rosselli) che allestisce un gioco metateatrale con la madre (Rebecca Sisti) nel quale gli stilemi del giallo d’indagine si venano presto di un inquietante e impossibile richiamo al corpo a corpo con i fantasmi prima della morte, poi del sesso. La madre, infatti, prima si dichiara vittima di omicidio, con cartellini da crime scene e flacone di ketchup, poi, presa come da una divinità, mette in guardia la figlia che sta per uscire di casa con un profluvio di raccomandazioni a tratti incomprensibili, sotto la cui superficie si cela l’indicibile e l’orrore, i fantasmi dell’iniziazione sessuale e della morte.
Nel secondo quadro, nella la casa della nonna, la morte giunge preannunciata da immagini di putrefazione in TV. La vecchia, segnata sulla schiena da uno spaventoso crepaccio oscuro si dibatte invano, e la scena nuovamente si chiude saturata da una disperata logorrea, al confine con la glossolalia, dove trova spazio l’insanabile rimpianto per le gioie di una vita che finisce. La terza scena, più rarefatta, vede in scena Cappuccetto e il Lupo, il cui ruolo si svela inatteso e che sembra suggerire uno sguardo rasserenato, quasi provocatoriamente sardonico nei confronti di un tumulo fresco.

Foto di Margherita Masè

Questo carico di crudeltà, l’impatto di tutto questo materiale oscuro, gettato poi con un linguaggio sensorialmente aggressivo, fatto di sovrapposizioni sonore e movimenti di marionette e attrici capace di spasmi fulminei e possessioni, è difficilmente pensabile per un pubblico di ragazzini. Eppure la domanda sul pubblico del teatro per nuove generazioni qui si arricchisce di un nuovo elemento poiché UROR ha consigliato la visione dai tredici anni, nonostante nell’incontro di presentazione dello spettacolo le autrici accompagnate da Sergio Lo Gatto e Fabrizio Pallara dichiarassero che l’opzione del pubblico di giovani è solo una di quelle ipotizzabili per Rosso.
Più rassicurante è il setting di Marmocchio, un lavoro che sembra un piccolo oggetto da tenere in mano, di quelli che non affideremmo alle mani avventate di un bambino, a meno che non desiderassimo, sotto sotto, di vederlo in pezzi. E gli oggetti, le “cose” fatte di materia tangibile sono infatti centrali in questa riscrittura del capolavoro collodiano, che si lega attraverso una delicata patina toscana alla lingua dell’originale, di cui riprende e modifica alcune vicende, arrivando anche al ribaltamento, come quando anziché offrirsi volontario per salvare la vita ai fratelli burattini, il protagonista suggerisce di sacrificarli al suo posto. Un prisma dalle facce di tessuto elastico, percorse da tagli, consente a Marmocchio (Serena Guardone) di sbucare volto e mani, di esibire a sorpresa oggetti e personaggi inanimati dalle voci registrate, di rintanarvisi all’interno con opportuni giochi di luce per suggerire l’apparizione di altri esseri e ambienti. Sarà la fuoriuscita dal prisma a significare la trasformazione del “Pinocchio di marmo” in un bambino vero. E così il corpo del burattino, quell’oggetto tridimensionale e stilizzato, è insieme habitat e protagonista eponimo: lì, attorno alla sua durezza inscalfibile, resa guizzante da una scrittura raffinata e lessicalmente ricercata, si gioca il destino di un discolo assoluto, a-storico, “da non prendere assolutamente a modello”, come ci suggerisce la voce iniziale, più monello del burattino che estremizza, più sordo, più testardo, megalomane e con una linea di scanzonato sadismo.
Anche qui, sebbene sigillata in una capsula di elegante paradosso, fanno capolino la sofferenza e la morte: quando il cavapietre Mangiafuochino schiatta per le esplosioni delle mine; anche qui la crescita, quando l’esplosione definitiva non solo non ammazza, ma fa saltar fuori Marmocchio dalla sua dura scorza di cattivo, come la statua cavata dal sordo blocco di marmo. Sempre lui, ma rinato, come Pinocchio, certo, ma anche come la Cappuccetto di UROR che finalmente conosce la morte nell’unico modo possibile, la dipartita di qualcun altro (noi moriamo solo agli altri, ci ricorda un filosofo nuovamente in voga, Giovanni Gentile) e le sopravvive, e senz’altro anche come lo storico Soldatino di Pallara e Malorni, fuso in un malinconico cuore di piombo insieme alla sua ballerina per la quale ha imparato a sfidare le altezze di uno scaffale.

Foto di Davide Barbafiera

Al di là della comunanza dei temi, della ricorsività del parlare di crescita, in toni più o meno edificanti, più o meno problematici, forse in questo essere proiettati, instabili, alla ricerca sta il carattere del teatro per i giovani spettatori, almeno in quello scelto per Contemporaneo Futuro. Con il paradosso (tanto chiaro a noi, ma chissà quanto condiviso dalla “loro” consapevolezza di sé) che l’oggetto del nostro discorso, l’infanzia, una dimensione dolce, lacustre nella sua circoscritta immobilità, sempre oggetto di rimpianti, è per definizione anche scossa dalla tensione della fuga da sé.
Preso atto di ciò, forse la vera domanda non è tanto per quali bambini o per quali adulti si programma o si scrive drammaturgia nuova, ma, come suggerisce anche Sergio Lo Gatto, quale infanzia è in noi – noi pubblico che vediamo, noi operatori che mostriamo, noi insegnanti che educhiamo, noi artisti, noi genitori. Quale infanzia crediamo all’altezza di quegli incubi che ci sformano (quelli di Rosso) e dell’impalpabile ordito di metafora che ne vela appena le forme stentoree; quale infanzia tentiamo con la formula rara del caos dadaista e complice di Marmocchio, quale gratifichiamo del messaggio di una speranza inestricabilmente fusa alla caducità del godimento e del successo, come suggerisce la magistrale chiusa del Soldatino. Questo, nel gesto di consegnare un dolore o un’esperienza sincera purché trasfusa in una consapevole teleologia pedagogica, definisce soprattutto gli adulti che siamo.

Rosso

drammaturgia e regia Gruppo Uror / Evelina Rosselli, Caterina Rossi
con Evelina Rosselli, Rebecca Sisti
disegno sonoro Gilberto Bartoloni
disegno luce Camilla Piccioni
produzione PAV nell’ambito di Fabulamundi Playwriting Europe con il sostegno di Teatro Vascello/la Fabbrica dell’Attore, Carrozzerie | n.o.t e Teatro di Roma – Teatro Nazionale con il contributo del Mic – Ministero della Cultura.

 Marmocchio
Una specie di Pinocchio di marmo

progetto e regia I Sacchi di Sabbia
con Serena Guardone
e le voci di Gabriele Carli, Giulia Gallo, Giovanni Guerrieri, Enzo Illiano,
Carlo Ipata, Federico Polacci, Giulia Solano, Daniele Tarini
produzione Fondazione Sipario Toscana onlus, I Sacchi di Sabbia.

Il tenace soldatino di piombo
Un film da palcoscenico

un’idea di Fabrizio Pallara
di Valerio Malorni e Fabrizio Pallara
con Valerio Malorni, Francesco Picciotti, Fabrizio Pallara, Tommaso Lo Cascio
produzione CSS Teatro stabile di innovazione del FVG, teatrodelleapparizioni, Teatro Accettella, Associazione Tinaos.

Festival Contemporaneo Futuro, Roma, dal 10 al 14 aprile 2024.

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Creato da Davide Teoli