Le Recensioni di Rossella Marchi, Emanuela Rea e Vassilij Mangheras

La quinta edizione del Festival romano “Contemporaneo Futuro” dedicato al teatro per le nuove generazioni, organizzato in modo preciso e puntuale dalla Fondazione del Teatro di Roma, si è tenuta nella capitale tra gli spazi suggestivi del Teatro India e il magnifico Teatro Torlonia. Ha confermato la sua forma di progetto culturale strutturato sul confronto e la sperimentazione dove trovano casa le idee più attuali della scena contemporanea rivolta alle nuove generazioni con la prospettiva di segnare una nuova strada capace di dialogare con le trasformazioni del presente.
“Uno spazio in cui immergersi, per condividere ed esplorare altri mondi, altri modi per stare insieme. Un’occasione per darsi il tempo di mutare e cambiare visione, guardando oltre ciò che si conosce per costruire una nuova immagine del futuro. Il Festival vuole essere un’agorà in cui incontrarsi e mettersi in ascolto anche dei suoni più piccoli, per farli riecheggiare a lungo, come un ricordo, seminando il futuro”. Così presenta la manifestazione il Direttore Artistico, Fabrizio Pallara.
Non solo 11 spettacoli hanno caratterizzato la manifestazione ma si sono succeduti anche performance, incontri e presentazioni di libri. Nei primi giorni della kermesse sono stati proposti “Hansel e Gretel” di Campsirago Residenza spettacolo itinerante di cui già si è scritto e “No” di Annalisa Limardi che indaga la profonda difficoltà a mettere il limite del proprio sentire al mondo esterno. Dopo il successo dello scorso anno e sempre nella splendida cornice del Teatro Torlonia, è tornata al Festival la compagnia francese “Cie L’Alinea” con un divertente spettacolo di teatro di figura “X Petites Histoires Sans Paroles SPQRT” sul tema dello sport commissionato alla compagnia proprio per le Olimpiadi. Con grande interesse abbiamo visto il convincente riallestimento della produzione de La Baracca Testoni Ragazzi “A un metro da te” che ha visto in scena i due bravi Erika Salamone e Lorenzo Monti. Abbiamo rivisto in scena il Teatro Medico Ipnotico con il Teatro Caverna con “Charlie Gordon” ispirato al racconto di fantascienza “Fiori per Algernon”. Il Festival è terminato poi con il riallestimento, trent’anni dopo, di “Fratelli” uno dei capolavori del teatro per l’infanzia del Teatro La Ribalta con la regia di Antonio Viganò dove in scena al posto dello stesso Viganò e di Michele Fiocchi si è potuta ammirare una nuova generazione di interpreti, Michele Calcari e Paolo Grossi, che ha dato nuova linfa vitale alla creazione tratta dal libro di Carmelo Samonà, presente in sala la moglie dello scrittore scomparso nel 1990. “Contemporaneo Futuro” ci ha poi abituato alle diverse proposte artistiche e quindi con curiosità abbiamo anche noi partecipato a “Ecoute pour voir”, un progetto che, grazie alla collaborazione tra Chiara Frigo, la compagnia Danse Carpe Diem e i giovani danzatori e danzatrici già impegnati nei progetti di formazione del Teatro di Roma, ha coinvolto i presenti connettendo performer e pubblico attraverso un ipod e due cuffie che hanno permesso di creare una connessione intima e intensa attraverso la musica e il movimento.
Apprezziamo sempre molto che anno dopo anno Contemporaneo Futuro confermi la sua linea artistica molto nettamente e sempre di più incarni il proprio nome. Un luogo dove il confronto e il dialogo anche e soprattutto con le nuove generazioni sono fondamentali per dare un senso a tutto il pensiero sotteso ai termini “Contemporaneo Futuro”, dove le nuove generazioni non sono solo destinatari ma coabitanti di un immaginario condiviso. Uno spazio dove presentare le nuove drammaturgie e i nuovi linguaggi, un nuovo modo di pensare il teatro per le nuove generazioni che sa essere al contempo riflesso del presente e sogno del possibile e che ci ricorda che il teatro non è solo lo specchio del mondo ma che il suo seme.
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TEATRO E ALTROVE – Incontri a cura di Sergio Lo Gatto e Federica Iacobelli
All’interno del festival Contemporaneo Futuro, si è rinnovato anche quest’anno l’appuntamento con “Teatro e Altrove”, ciclo di incontri a cura del critico teatrale Sergio Lo Gatto, arricchito dalla presenza di Federica Iacobelli: scrittrice, sceneggiatrice, docente di sceneggiatura all’ISIA U e in prestigiosi percorsi di alta formazione, nonché curatrice della collana teatrale per giovani lettori “I Gabbiani” (Premio Andersen 2023).
Il primo incontro ha coinvolto una numerosa platea di operatori del settore, stimolando un confronto orizzontale e partecipato sui desideri che animano l’immaginazione di un nuovo teatro per le nuove generazioni. Attraverso un esercizio collettivo, sono emersi i temi portanti di un possibile spettacolo ideale e le figure che potrebbero abitarlo, in un clima partecipato e stimolante.
Il secondo appuntamento ha segnato un momento cruciale: per la prima volta sono stati i bambini e i ragazzi, provenienti da diverse scuole primarie e secondarie di Roma, a salire simbolicamente sul palco per dire la loro. Davanti a registi, interpreti e operatori, hanno espresso con sorprendente chiarezza i temi che sentono urgenti e che vorrebbero veder rappresentati a teatro: questioni quotidiane, vissuti autentici e un netto rifiuto dell’edulcorazione, anche da parte dei più piccoli.
Un altro elemento emerso con forza è l’interesse per il genere horror, capace, forse più di altri, di rispondere a un bisogno narrativo viscerale, connesso alla paura come archetipo universale.
“Teatro e Altrove” si conferma così come uno spazio necessario, di ascolto e costruzione, dove la riflessione si fa prassi e il teatro per le nuove generazioni non viene per forza messo in discussione ma piuttosto spinto a interrogarsi. L’augurio è che questa buona pratica trovi nuova linfa in altri contesti, e che possa un giorno tradursi in un manifesto condiviso sul senso e sulle prospettive del teatro di domani. ( V.M.)

Abbiamo voluto analizzare in modo più approfondito 5 lavori che riassumono l’eterogeneità di linguaggi che accompagna la scelta artistica del Festival.
PO e SIA (e l’invisibile) – Meraki Teatro, Simona GambaroLa nuova produzione di Simona Gambaro, Meraki Teatro, con la regia di Enrico Messina è un universo narrativo sospeso tra surrealtà e poesia ispirato a Wislawa Zsymborska. L’incontro tra Po e Sia nasce in un ristorante dove Sia ordina piatti impossibili ed invenzioni semantiche. Ma le due anime si riconoscono all’improvviso, tra la comanda di un piatto di lampadine e un sorriso mai visto prima. Lei è Sia, una creatura d’altri mondi, parla in codici magici, trasforma le frasi in giochi. Lui è Po, un cameriere con la testa sulle spalle ma il cuore in ascolto e gli basta uno sguardo per seguirla oltre il menù. Lo spettacolo è come un sogno ad occhi aperti, dove l’amore non è solo scoperta e stupore ma la bellezza di scoprire la vita insieme. E questa vita insieme è bella nella sua caducità: la meraviglia delle cose che finiscono perché sono proprio quelle che brillano di più. E quando il freddo arriva Sia non lo teme: un incredibile yeti, o uomo delle nevi che dir si voglia, morbido e gentile la prende per mano e l’accompagna oltre. Ma nulla si perde. Po resta. Pieno della loro storia e la sua vita continua con un sapore nuovo e lei dentro, perché non se n’è mai davvero andata. C’è un altro personaggio in scena, silenzioso, che con grande rispetto accompagna la storia di Po e Sia: è il tecnico, con la sua postazione a vista a destra della scena, costruisce l’illustrazione vivente che vediamo. Ed è straordinario nella sua non presenza scenica: i caldi, i freddi, tutti i colori che passano sulle stagioni dei due protagonisti, la neve che quando cade segue i ritmi della sua mano che scuote su e giù il rullo con i fiocchi, ed è incredibile come riesca ad essere contemporaneamente necessario ed assente. E’ il patto di sospensione dell’incredulità che lega artisti e spettatori che ogni volta che si copie lascia senza fiato. La regia di Enrico Messina, il suo disegno luci e la scelta sonora sono in piena armonia con la storia senza tempo scritta da Simona Gambaro come accade quando ogni elemento va al proprio posto ed è perfettamente in comunione con l’altro. Gli interpreti, Simona Gambaro e Mariano Neddu, riescono in scena a mostrare tutta la propria personalità pur rimanendo profondamente accordati come note che saltellano su di un pentagramma stellato. E’ adatto ai bambini questo spettacolo. E agli adulti. E’ utile ai bambini e agli adulti, parla di vita e di morte con il linguaggio emotivo che tutti possiamo comprendere: la poesia. E non fa male perché la poesia racconta quello che vuole e arriva fino in fondo all’anima di tutti. Un inno profondo all’amore, alla perdita, al miracolo di esserci qui e ora.
DORITA COSASENTI – Desy GialuzCos’è un’emozione? Una parola non detta che si esprime come un lampo nel cuore e nel corpo così, senza preavviso. Desy Gialuz, che firma testo e regia di questo spettacolo prodotto dal CSS di Udine, ci accompagna, con un viaggio semplice e curato, attraverso il mondo emotivo di ognuno di noi. Questo lavoro è dedicato ai più piccoli, dai 3 anni, e dai più piccoli è accolto con grande entusiasmo perché instaura immediatamente un meccanismo di empatia che permette allo spettatore di giocare con la protagonista e comprenderne tutti gli stati d’animo che i bambini riconoscono come propri. Lo spettacolo è come una filastrocca sussurrata dove i bambini tutti insieme chiudono le frasi. Sul palco, due relle di legno bianco cariche di vestiti ed un puff diventano universo: ogni giorno della settimana è un abito diverso da indossare per conoscersi. Il palcoscenico si fa casa, mondo interiore dove Dorita si può sentire al sicuro e accolta. E’ nel contesto familiare infatti che i bambini fanno le prime esperienze emotive importanti e Dorita riesce a cogliere questa intimità e portarla al suo pubblico che la segue senza esitazione. Dorita attraversa la gioia, la rabbia, la delusione e la tristezza e ogni emozione ha corpo, respiro, movimento. E’ importante come viene coinvolto il corpo in questo spazio che sembra solo emotivo: le gambe saltellano, la bocca si increspa, gli occhi si strizzano e il naso si torce. L’emozione è un gigantesco affare che riguarda corpo, testa e cuore. “Dorita Cosasenti” è una mappa per capire cosa si muove dentro e ogni tappa è un travestimento che fa emergere uno stato dell’anima che una volta compreso è più familiare. Non c’è distanza tra palco e platea, l’attrice riesce ad instaurare un dialogo con i suoi spettatori che trasforma lo spettacolo in esperienza condivisa. Volteggia tra le relle e il puff con una tale leggerezza da far scorrere tutto il gioco con grande naturalezza e sa esattamente che il meccanismo teatrale che ha creato la sosterrà. La semplicità della protagonista si nutre di sensibilità e competenza, ha radici nell’umano perché parla il linguaggio universale delle emozioni. Perché crescere, sia per gli adulti che per i bambini, è imparare a dare casa alle proprie emozioni. E in questa casa, tra due relle bianche, un puff e un cuore in ascolto, ci sentiamo tutti accolti.
ROSSELLA MARCHI
ARLECCHINO – Zaches Teatro
Il teatro è salvo! C’è ancora speranza, nei sorrisi dei bambini che guardano dal palco, divertiti, verso il pubblico alla fine dello spettacolo. Niente è perso, possiamo ambire ad un futuro migliore, ancora pieno di storie da raccontare. E anche nel confronto con il passato, con ciò che eravamo e che siamo ora, guardiamo al domani con una nuova prospettiva. Il nostro racconto dello spettacolo “Arlecchino” di Zaches Teatro, regia e drammaturgia di Luana Gramegna, presentato nel Festival Contemporaneo Futuro al Teatro India, inizia dalla splendida immagine finale e da quel gioco che ribalta gli sguardi, noi “adulti” in platea guardati da quei bambini su palco, anche un po’ a disagio, noi, dopo il racconto di un oblio schivato, o solo rimandato, che sembra permeare il nostro tempo. Inconsapevoli loro, noi decisamente meno. Una sensazione scomoda che è rimasta incollata allo sguardo, il nostro, con cui fare i conti. Siamo in un teatro disastrato, abbandonato, con crepe sui muri e immondizia sparsa: due palchetti di platea ai lati dell’entrata in sala su cui campeggia, sempre, il segnale illuminato di via di fuga nella bella scenografia firmata da Francesco Givone (suoi anche maschere, costumi, pupazzi e luci). “Libiamo ne’ lieti calici, che la bellezza infiora; e la fuggevol’ ora s’inebrii a voluttà” canta dal celebre brindisi della Traviata di Verdi il pupazzo della morte che sbuca da un bidone della spazzatura. Irridente e istrionica, racconta di un’epoca passata, in cui i teatri erano gremiti ed ammaliava il pubblico insieme ad Arlecchino: ad ascoltare tre simpatici topini, un po’ annoiati forse per il reiterare di una storia già sentita, suggeritori all’occorrenza di una recita già provata, unici spettatori e custodi del teatro decadente. Quale brindisi migliore ci aspetta quindi, se non quello ad un teatro ormai decaduto, vuoto, senza quell’energia vitale che proprio la Commedia dell’arte e il suo re Arlecchino hanno innescato in vari momenti della sua storia, non ultimo quel Novecento tanto studiato e investigato del teatro russo ma anche francese? Incorniciati dalle tende della via d’uscita appaiono sulla scena tre Pulcinella, che richiamano nel costume gli affreschi di Giandomenico Tiepolo, goffi ma sempre avvolti da un bellissimo disegno luci che li immortala in una dimensione sofisticata e pittorica. Perennemente affamati, come nella migliore tradizione della maschera, daranno vita a una serie di gag divertenti grazie allo splendido lavoro fisico e interpretativo, che è un piacere guardare, di Gianluca Gabriele, Amalia Ruocco ed Enrica Zampetti. Stanno cercando ed aspettando Arlecchino, nella speranza di un futuro migliore in cui il teatro risorgerà dalle proprie ceneri per non cadere nell’oblio. Quel Godot che è anelito di vita, possibilità di un cambiamento davanti l’agghiacciante immobilità e stortura della storia. Quante cose sanno fare questi Pulcinella – dice la morte – Sanno cantare, ballare, recitare, fare i numeri: come faceva Arlecchino. Evocano allora la storia della maschera, riprendendo una delle tante leggende che la riguardano e questa rappresenta l’unica parte “narrativa” dello spettacolo, forse più un appiglio lanciato per il giovane pubblico che una reale necessità drammaturgica. Ma a differenza di Beckett, in questo caso l’Arlecchino evocato compare nelle spoglie di uno spaventapasseri issato su un palo, fantoccio ormai innocuo e dolorosamente muto che invano le tre maschere cercano di animare: un’immagine che, per chi ama il teatro, getta nel puro sconforto. “Un re di stracci e di toppe” direbbe Amleto. In questo Zaches Teatro non ha usato mezzi toni: la cultura, il teatro è in un momento di impasse – dobbiamo saperlo. Se i teatri sono vuoti ci sono dei motivi e dobbiamo affrontali. Pur nella raffinatezza ed estrema cura dello spettacolo, si sta scomodi da operatori teatrali. Ma affondando lo sguardo, il discorso si amplia ad una società che del “lazzo” puro e semplice ha fatto forse la sua bandiera senza approfondimento e messa in discussione. E i bambini? Dove sono in questa narrazione? Dobbiamo guardare al futuro – suggerisce la morte! E allora, proprio com’è nella natura delle maschere Pulcinella e Arlecchino, che nella catastrofe trovano una via di fuga, in una sequenza “magica” di luci ed effetti ritorna Arlecchino, quello vero, vitale e trionfante. Sarà lui a chiamare sul palco i bambini e a condurli nei palchetti scenografati, come a chieder conto del già fatto e a rilanciare sul futuro, divertiti ma forse ignari del loro ruolo in questa storia. Ci piace pensare a questo Arlecchino prodotto da Zaches Teatro e Teatro Metastasio di Prato come uno spettacolo per adulti accompagnati da bambini, costruito proprio sul ruolo che ognuno di loro ha nella vita in uno slancio sul futuro pieno di speranza. Da ultimo scaldano il cuore a fine spettacolo la cura con cui i tre bravissimi interpreti si sono tolti la maschera, di spalle al pubblico, come la tradizione vuole e il rispetto per tanta storia che quelle maschere rappresentano e la dedica al maestro Eugenio Allegri, come riportato sul loro sito.EMANUELA REA

Maelstrøm / Collettivo Baladam B-side/ Teatro Metastasio
Lo spettacolo si è rivelato uno degli appuntamenti più originali e spiazzanti del festival Contemporaneo Futuro. Uno spettacolo pensato per le nuove generazioni (dagli 8 anni in su), che riesce però a catturare e sorprendere anche gli spettatori adulti, grazie a un’intelligenza teatrale che non cerca l’effetto ma la domanda, che non narra ma fa accadere. Firmato nella regia da Antonio “Tony” Baladam, il lavoro prosegue la ricerca pluriennale del collettivo sul linguaggio teatrale come spazio di possibilità condivisa, agendo su una decostruzione radicale della forma spettacolo. Niente scenografie, niente trucco, niente tecnologie, nessun racconto lineare: solo due attori in scena e un gioco d’immaginazione che parte da una finzione dichiarata: la Terra sta per essere inghiottita da un enorme Maelstrøm spaziale che sta per trascinare il pubblico, bambini e adulti. Ne deriva un vortice comico e vertiginoso di parole, storie e contraddizioni. I più piccoli sono immediatamente coinvolti: l’invito a “fare finta” insieme agli attori, l’andamento giocoso e caotico, le situazioni assurde, li portano dentro l’azione con naturalezza. Ma mentre i bambini ridono e partecipano, gli adulti si accorgono che qualcosa di più profondo sta accadendo. Il tema che emerge, infatti, è quello dell’autorità: un’autorità che non si impone gridando o comandando, ma che agisce con gentilezza e ironia, senza che ci si renda conto di essere condotti. In questo, lo spettacolo svela con efficacia quanto sia sottile il confine tra partecipazione e controllo, tra consenso e imposizione. La cifra stilistica di Baladam è ormai riconoscibile: destrutturare le attese del pubblico, interrompere le convenzioni narrative, trasformare il teatro in un luogo vivo, dove ogni replica è diversa e dove la relazione ha sempre la precedenza. Ma in Maelstrøm la sperimentazione non è mai fine a sé stessa: la forma si piega al contenuto, alla necessità di interrogare il presente, il linguaggio, la complessità del reale. È un teatro che non rassicura, ma diverte e interroga, che rifiuta la narrazione per cercare un’esperienza condivisa dell’incertezza. Maelstrøm è un’esperienza teatrale capace di parlare a pubblici diversi senza semplificare, di affermare una poetica dell’inatteso che non si rifugia nell’astrazione, e di restituire al teatro la sua funzione più autentica ovvero quella di aprire uno spazio per pensare, insieme, ciò che ancora non sappiamo di sapere.
PER ATENA/Compagnia Le Scimmie
La compagnia Le Scimmie ha presentato a Roma il debutto ufficiale di “Per Atena “, dopo il frammento di venti minuti che era stato presentato al Premio Scenario Infanzia Adolescenza 2024. La creazione terminata conferma la forza di un progetto capace di fondere mito e presente, interrogando le giovani generazioni su cosa significhi oggi parlare di guerra. Ispirandosi alle figure di Epeo, costruttore del cavallo di Troia, e Sinone, l’oratore incaricato di ingannare i Troiani, Le Scimmie costruiscono un racconto che parte dall’epica per attraversare il tempo e irrompere nell’attualità. Il conflitto non resta confinato nei versi o nei ricordi: si fa materia viva, invade gli spazi della scena e della realtà, si insinua nelle case, nelle notizie, nella carne. Da segnalare l’ottima prova attoriale dei due interpreti, Ciro Burzo e Carlo Geltrude, che con un linguaggio fisico e verbale essenziale ma potente guidano il pubblico in un crescendo emotivo e simbolico. Al centro, il gesto di un pugno alzato e l’urlo “Per Atena!”, ripetuto e condiviso con la platea. Un gioco teatrale che inizia come rito collettivo e coinvolgente, ma che, a poco a poco, si trasforma in consapevolezza: aderire a quel gesto significa anche aderire a una guerra. Alla fine, la sala si divide. C’è chi continua a urlare, quasi per inerzia o cortesia, e chi, intuendo la propria complicità, smette. In quel momento il teatro smette di rappresentarsi ma si rivela. Per Atena è una riflessione potente su responsabilità e coscienza, su ciò che siamo disposti a fare per difendere ciò che crediamo giusto. Le domande sono incalzanti: Cosa si è disposti a fare per salvare il proprio popolo? Quanta terra vale una vita? Quante vite vale una terra? Il mito, riletto con intelligenza scenica e urgenza politica, diventa strumento per parlare al presente e ai giovani, affinché la memoria non sia un esercizio di stile, ma una leva per comprendere il tempo che viviamo. Unica nota da rivedere è l’uso del teatro d’ombra, particolarmente in una scena centrale, che ancora ci appare poco curato e possibilmente da sviluppare, ma siamo sicuri che un perfezionamento ci sarà. Nata nel 2017 da un gruppo di giovani artisti provenienti dal Nuovo Teatro Sanità di Napoli, la compagnia Le Scimmie si è distinta per una pratica teatrale profondamente civile. Con Per Atena, il teatro si fa rito, esercizio critico, occasione di scelta e soprattutto, responsabilità.
VASSILIJ MANGHERAS
Il teatrodelleapparizioni è impegnato nell’ideazione di spettacoli, eventi, allestimenti e laboratori rivolti a tutte e tutti con una particolare attenzione alle nuove generazioni. L’infanzia rappresenta al tempo stesso la destinataria e la fonte di ispirazione per la definizione della sua poetica, che si confronta costantemente con linguaggi differenti.
Festival Contemporaneo Futuro 2026
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Sergio Lo Gatto su Contemporaneo Futuro per La Falena
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Mario Bianchi su Lucy/gli orsi per Krapp’s Last Post
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