Rassegna stampa Kafka e la bambola viaggiatrice

La lezione di Kafka, “postino” delle bambole

il manifesto, Gianfranco Capitta – 30 novembre 2019

Sembra una favola per bambini, di cui Fabrizio Pallara è maestro con il suo Teatro delle Apparizioni. Invece Kafka e la bambola viaggiatrice (vista a Romaeuropa, prodotta dal Css di Udine, in tournée), è una visione densa ed elegante, che induce fantasie ed emozioni negli adulti come nei piccoli. Pallara cura la regia, e la drammaturgia con Valerio Malorni (anche interprete con Desy Gialuz), ma strepitosa e inquietante è la bambola realizzata da Ilaria Comisso. Tutto nasce dal romanzo, stesso titolo, del catalano Jordi Sierra i Fabra, che immagina il grande scrittore che nel 1923 incontra nel parco Steglitz a Berlino una bimba disperata per aver perso la sua bambola. Kafka, coinvolto da quella infelicità, si trasforma allora nel “postino delle bambole”.

Ogni giorno si presenta al parco recando una lettera della bambola da una città diversa, piena di descrizioni e flash illuminanti su realtà ogni giorno diverse, da ogni angolo del mondo. Cosa che farà gradualmente accettare alla bambina la perdita e il distacco. Così Kafka indica alla bambina, e ovviamente a ogni spettatore, come quella separazione sia un momento positivo di emancipazione e maturazione. Finché non rivelerà di aver incontrato un bambolotto con cui passare il resto della sua vita. Bella “lezione”, per grandi e piccini, e struggente suggestione sul genio ceco.

                                                                                                 

Kafka. Il postino delle bambole
TeatroeCritica, Simone Nebbia  – 11 Gennaio 2020

Kafka e la bambola viaggiatrice racconta dello scrittore praghese che, negli ultimi mesi della sua vita, incontrò una bambina cui dedicare l’ultima, preziosa, opera. Regia di Fabrizio Pallara, teatrodelleapparizioni al Mattatoio per Romaeuropa Festival. Recensione.

Uno scrittore – cappello cappotto e, forse, bastone – passeggia allo Steglitzer Park di Berlino; l’età gli concede il lusso del tempo, ora che non sa più tanto che farsene; è una giornata docile, l’ora affabile in cui può capitare di imbattersi in una variegata umanità che, come lui, attorno a lui, passeggia nel parco. Una panchina staziona in un parco come un invito; se è occupata si hanno due possibilità: si procede verso la prossima, si condivide lo spazio e, chissà, qualche parola. Ma se su quella panchina, si badi bene, c’è una ragazzina in lacrime? Spiazzato, l’uomo, dunque lo scrittore, si misura con quel pianto come può, una voce gli dice di assecondare il passo ché non è affar suo, ma una voce ancora più profonda lo richiama all’ordine che, per diventare uomini davvero, bisogna di certo essere stati bambini.

E allora si avvicina e chiede quale sia il problema, perché queste lacrime; la bambina ha perso la propria bambola, racconta, definisce la situazione e l’emozione dolorosa che n’è seguita; che fare? L’istinto di uno scrittore è un vento insidioso che la ragione non sente neppure arrivare; questi capisce che l’invenzione è una scatola piccola che contiene grandi soluzioni, così le dice che no, la bambola è solo partita e stava bene. Le ha scritto una lettera. La bambina vuole leggerla e lo scrittore torna a casa per scriverla come in uno stato febbrile. Il giorno dopo torna a trovare la bambina, perché la legga. Ma non basta. E allora ne scrive ancora, un viaggio diventano due, poi ancora e da Londra, Parigi, Lisbona, la bambola narra dei viaggi – mai? – compiuti.

È su questo tappeto di foglie d’autunno, un parco nel centro di Berlino, che Franz Kafka conosce la bambina cui dedicherà la sua opera più segreta, rimossa, questa sì, davvero perduta; è sullo stesso tappeto, dentro una sala del Mattatoio di Roma, che Fabrizio Pallara con Il teatrodelleapparizioni ha fatto rivivere per Romaeuropa Festival 2019 la storia di Kafka e la bambola viaggiatrice, tratta dal romanzo Kafka y la muñeca viajera di Jordi Sierra i Fabra, con una caratura poetica capace di conquistare lo sguardo irretito di piccoli e adulti in un unico spettro di rappresentazione.

La scena si compone di due ambienti che rimbalzano l’uno nell’altro: il giardino del dialogo con la lettrice, più fragile di un’intera opera, lo studio della solitudine della scrittura, condivisa nell’unica relazione possibile, quella con l’ultima compagna, Dora Diamant, la sola a conoscere e tramandare questa storia. Non è dunque altra, la vita di uno scrittore: tutta qui tra l’osservazione e l’invenzione, la scrittura e la lettura che ne segue, la paura e il desiderio che le storie possano davvero coesistere con la realtà. Fabrizio Pallara costruisce un impianto visivo eccellente, un’immagine devota che cosparge di un manto l’incontro più delicato, durante gli ultimi mesi della vita di Kafka.

Su quella panchina, lo scrittore – in cui vive un sempre più straordinario Valerio Malorni, attore che sorprende per la qualità raffinata capace però di non tralasciare una forza intima detonante – si confronta con una bambina che, agli occhi corrotti di un pubblico adulto, è fin da subito una bambola, le cui azioni sono merito del tocco delicato di Desy Gialuz (che veste anche i panni di Dora). Ecco dunque la destituzione del reale, per Kafka, ma con il reale presente, per noi: non c’è una bambina a parlare con Kafka, c’è una bambola che cerca una bambola perduta. È qui che l’asse dei personaggi, attraverso l’incontro, si sposta e conquista territori inesplorati di compresenza; da qui in poi tutto, tutto sarà possibile, come dirà la stessa Dora in fondo allo spettacolo: «Franz era riuscito a trasformare il mondo in un fazzoletto».

È un dialogo prezioso, inarrivabile, quello tra l’arte e l’infanzia; l’animo infantile accetta il gioco senza sovrastrutture, gli adulti devono affrontare un percorso di azzeramento per riqualificare il proprio giudizio sulla dimensione umana, in cui è mescolato il reale e l’irreale. Kafka aveva cioè capito che la menzogna, in un contesto protetto, deve diventare verità per un fine etico. È poi così strano sentire pronunciare dalle labbra di Josif Brodskij che “l’estetica è madre dell’etica”? La verità della finzione avrebbe sostituito la verità. Ed eccolo, neanche troppo nascosto, il teatro. Kafka continuò per tre settimane, scrivendo una sorta di romanzo epistolare tra la bambola e la bambina. La sua febbre tornò per concludere, sapeva dovesse finire e che la fine dovesse essere il ritorno di un ordine preciso, non lasciare residui confusi perché la confusione non conclude. Buio. Alla fine. Sipario. La bambola si sarebbe sposata, non sarebbe tornata ma sarebbe stata felice altrove. Tanti abbracci, fai buona vita piccola. Diventa grande, ama, ma se puoi, se un giorno un burattino si scoprisse davvero una donna, allora non smettere di pensarci, che una volta un vecchio ti parlava della tua bambola, partita per un viaggio; e lo chiamava vita.

Kafka e la bambola viaggiatrice

dramma.it, Maria Dolores Pesce – novembre 2019

È, questo spettacolo, una straordinaria sovrapposizione narrativa, il racconto di un racconto raccontato in scena, in un duplicarsi continuo di orizzonti sintattici, estetici e psicologici che dà realtà drammaturgica ad una suggestione, ad un sogno, ad un momento di vita su cui non abbiamo prove che non siano le parole che lo compongono, suggerite l’una dopo l’altra dal contatto trasfigurato, così difficile e raro, con l’intimità dei nostri sentimenti, più veri del vero, più reali del reale e più sinceri di ogni distaccata e razionale composizione. Corre l’anno 1923 ed in un parco a Berlino Franz Kafka incontra una bambina che piange su una panchina. Ha perso, inconsolabile, Brigida, la sua bambola. Lo scrittore, nella sua parte forse più sconosciuta e misconosciuta, è come folgorato da quell’incontro, dalla rivelazione che questo custodisce, dallo spazio psicologico e affettivo che da esso parte e si dipana. Una suggestione ed una ispirazione che lo riguarda, riguarda la bambina

piangente e inevitabilmente riguarda tutti noi. Riguarda cioè la risposta da dare a quello sguardo che abbiamo man mano dimenticato e che si apre sulla vita e cerca appigli per elaborare la perdita, inevitabile e in continua mutazione, della propria infanzia.

Lo scrittore si avvicina e racconta, racconta qualcosa che è molto di più di una occasionale consolazione, qualcosa che invece assomiglia alla proposta di una percorso di crescita e di maturazione, alla indicazione di una via di uscita coerente e feconda.

La bambola non è perduta, racconta, è solo partita e a lui, inventatosi sul momento ‘postino delle bambole’, ha affidato una lettera da recapitare alla sua amica, una lettera che le consegnerà il giorno seguente su quella stessa panchina.

Inizia così un viaggio comune cadenzato in ventuno lettere che raccontano di città meravigliose attraversate con gli occhi della mente e con gli occhi del cuore. Alla fine la bimba capirà, capirà che la vita cambia e cambia il modo di vivere i sentimenti, ma non cambiano i sentimenti. Così se anche cambiano i lineamenti della vita, nulla va perduto se con sincerità custodito.

Racconto di separazioni e di mutamenti, elaborazione della perdita e del lutto che ci accompagna nel passaggio dall’infanzia alla maturità e infine in quello, ultimo, dalla vita alla morte. Passerà solo un anno e Kafka morirà.

Di tutto questo nulla è rimasto, se non le testimonianze ed i ricordi che uno scrittore catalano ha saputo riportare alla realtà del racconto e dello scambio reciproco, così che ora, sulla scena, tutto riappare vero.

A tutto questo poi la scena aggiunge la profondità dei sui strumenti linguistici, la capacità di riproporre in piani diversi e contestuali i vari livelli del racconto.

Davanti la panchina con il bellissimo burattino/bambina mosso dai sentimenti, in sussulti rapidi così profondamente umani. In mezzo uno schermo su cui, come nella caverna della nostra mente, si proiettano le immagini ricordo delle città visitate, dei suoi monumenti che appaiono e scompaiono insieme a suggestive pitture. Dietro, quasi in un evocativo teatro di ombre, studio e stanza salotto dello scrittore e di Dora, la sua compagna-testimone, luogo della genesi di quelle lettere mai ritrovate.

Drammaturgia e teatro di figura, multimedialità e scrittura figurativa, convivono con spontaneità creando un ambiente scenico ricco di stimoli e suggerimenti, antropico e capace di attrarre lo sguardo di tutti e di ciascuno.

Uno spettacolo per adulti e per bambini dai sette anni in su, che è la prova provata che il teatro non dovrebbe essere se non per tutti, oltre le età e le condizioni.

Kafka e la bambola viaggiatrice

whipart magazine, Omar Manini – novembre 2019

L’omonimo libro del catalano Jordi Sierra i Fabra ha avuto il merito di portare alla ribalta una dolcissima vicenda sepolta dal tempo: nella Berlino degli anni ’20, Franz Kafka, personaggio tanto illuminato quanto in ombra e debilitato, durante una delle sue passeggiate al parco, si avvicina a Elsi, una bambina in lacrime per la perdita dell’adorata bambola Brigida. Per Kafka diventa l’ultima occasione di esprimere una struggente umanità attraverso la sua fervente fantasia di scrittore. Inventandosi uno sviluppo fantasioso sulle sorti della bambola – la scelta di viaggiare per conquistare l’autonomia come individuo – Kafka riesce a creare un legame indissolubile con la bambina che è anche una sorta di auto-terapia; un viaggio immaginario che parla della vita, di scelte difficili da compiere e da accettare e della necessità di avere qualcuno che ascolti, sostenga, consigli. Nella scrittura per la trasposizione teatrale, Valerio Malorni (protagonista) e Fabrizio Pallara (regista) lavorano con pulizia millimetrica sulla rappresentazione dei tempi coltivando una sospensione che fa affiorare in modo sorprendente emozioni e sentimenti. Il bellissimo racconto ha la forza di una carezza a ridosso di un addio e viene reso benissimo dall’ambientazione essenziale, ma centrata, della scena principale: una panchina isolata, foglie ingiallite sparse sul palcoscenico, un esterno autunnale che rimanda ad un non luogo libero, dell’immaginazione, delle possibilità impossibili.

Dietro un velatino, poi, conosciamo il Kafka domestico nella sua versione più intima, fatta di incertezze, ansietà e isolamento creativo. Un interno, le pareti come confini di un’età troppo compressa, illuminato da luci fioche che contrappuntano le molte ombre di un’interiorità irrisolta, affascinante.

Il personaggio di Kafka, interpretato da Valerio Malorni con sicurezza anche nelle innumerevoli fragilità, è sviluppato in maniera toccante ed è esaltato dall’incontro con figure femminili – reali, immaginate, fantastiche – che gli regalano, ad ogni quadro, una sfumatura più particolareggiata e tridimensionale. L’apertura al mondo – entusiasmo, danza, fantasticherie – inizia dall’incontro inaspettato e dal sentirsi tassello imprescindibile; la forza di superare le barriere, siano esse fisiche, mentali, emotive, attraverso il dialogo e la comprensione, porta lo scrittore ad avere la capacità di riprendersi in mano una vita che sta sfuggendo, ad accendere un’improvvisa ispirazione per riscrivere l’epilogo della sua esistenza: le sue lettere sono un nuovo baricentro sulla vita. Desy Gialuz, oltre che raffinata narratrice esterna e delicata compagna di Kafka, è l’ottima interprete/animatrice della marionetta Elsi (bellissima, di Ilaria Comisso) che veste di una naturalezza umanissima e che, nell’incontro con lo scrittore, diventa partner ben strutturata, espressiva, attraverso uno sguardo in sognante attesa e una credibilissima tensione corporale. E quando le lettere prendono il volo attraverso le parole danzate di Kafka/Malorni, diventano imprescindibili, come estensione del mondo ipotizzato, le immagini animate retroproiettate delle – spettacolari, evocative, poetiche – pitture ad acqua di Massimo Racozzi.
Uno spettacolo sospeso tra dolore, amicizia e apertura alla gioia (straordinario il quadro di “danza” sul sogno di viaggio). Un inno alla fantasia, come mezzo per recuperare una dimensione reale, che si chiude in un finale commovente. Con un suggerimento: l’assurdità dipende semplicemente dalla sincerità con cui la si racconta!

Le apparizioni di incanti onlive: da Kafka a Purcell
Krapp’s Last Post, Mario Bianchi – 21 ottobre 2020

L’edizione On-Live del festival torinese di teatro di figura Incanti, metà online e metà dal vivo, nonostante la pandemia in corso non ancora domata, ci ha riservato diverse sorprese, anche nella sua ultima parte.

Una delle più liete è stata quella di poter vedere finalmente, dopo il lockdown, l’ultimo curioso lavoro del Teatro delle Apparizioni, coprodotto con il CSS di Udine, “Kafka e la bambola viaggiatrice”, tratto dal romanzo “Kafka y la muñeca viajera” dello scrittore spagnolo Jordi Sierra i Fabra, presente a Torino per partecipare, alla fine dello spettacolo, ad un approfondimento sulla messa in scena del testo, accompagnato dagli attori e dal regista Fabrizio Pallara.

L’affascinante plot dello spettacolo vede come protagonista il famoso scrittore, dal carattere timoroso e taciturno, che un pomeriggio del 1923, un anno prima della sua morte per tubercolosi, in un parco di Berlino, s’imbatte in una bambina, Elsi, disperatamente piangente perché ha perso la sua bambola.

È a questo punto che l’autore di opere molto problematiche – certo non intrise di speranza – come “Il Processo” o “Il Castello” decide di aiutare la bambina, fingendosi il postino delle bambole, scrivendo e immaginando che Brigida, così si chiama il grazioso giocattolo, non si sia persa, bensì scriva alla piccola Else, in 21 giorni, ben 17 lettere, provenienti da tutto il mondo.

Ogni giorno la bambina, al parco, attraverso le parole di Kafka, si muove tra Londra, Parigi e la Tanzania, in un viaggio meraviglioso, nato – le assicura lo scrittore – dalla sua cura e dal suo affetto, che ha permesso a Brigida di diventare grande e di poter vivere finalmente la sua vita da sola.

Ma non è solo la bambina a viaggiare per tutto il mondo, anche Franz viaggia con lei, con l’insostituibile amoroso aiuto della compagna Dora Diamant che lo incoraggia, proponendogli ogni volta nuove suggestioni.

Così, alla fine, la bambola nella sua ultima lettera troverà anche l’amore, lasciando la piccola amica ormai cresciuta, e che ha intuito, attraverso una bella invenzione di Fabrizio Pallara e Valerio Malorni (un po’ come Cyrano per Rossana), che le lettere sono state in realtà scritte da Kafka stesso per renderla felice.

In realtà dell’esistenza della bambina nella vita di Kafka non è stata trovata nessuna traccia, ma Jordi Sierra i Fabra prova a ricostruire cosa potrebbe essere accaduto; e così fanno Pallara e Malorni, che rivisitano il testo in modo immaginativo.

Tutto è espresso con gusto e partecipazione, tra controluce e chiaroscuri, dove Malorni, che interpreta con finezza Kafka, caratterizza il suo personaggio in modo esemplare, tra Magritte e Tofano, lontano da ogni possibile immaginario kafkiano, in un’aura di sognante meraviglia, accompagnato dalle bellissime illustrazioni video ad inchiostro di Massimo Racozzi, che escono dal suo magico cappello reinventando le città descritte nelle lettere.

Elsi è invece resa con un pupazzo, mosso con buona partecipazione emotiva da Desy Gialuz, che funge anche da narratrice, interpretando pure Dora, che svelerà al mondo la curiosa vicenda.

Uno spettacolo significativo, che si muove tra infanzia e invenzione letteraria, tra abbandono e felicità. Dobbiamo però avvertire anche l’aurea melanconicamente sognante impressa allo spettacolo: con la sua eccessiva reiterazione dei toni, andrebbe forse ravvivata qua e là con momenti più incisivi, così da imprimere alla bella performance un ritmo più incalzante.

Il festival ci ha permesso, a causa del forfait per malattia dell’ultimo spettacolo di Is Mascareddas, di omaggiare i venti anni di uno degli spettacoli più rappresentativi di Controluce, la compagnia di ombre che organizza Incanti, e che ha nel suo DNA la rivisitazione, attraverso le ombre, di capolavori musicali.

Tra essi ricordiamo con piacere “Madama Butterfly” di Puccini, “Pierrot Lunaire” di Schoenberg e l’“Aida” di Verdi.

Qui è stato il caso del “Dido ed Eneas”, composta nel 1689 dal compositore inglese Henry Purcell che Controluce ricrea attraverso ombre e silhouette.

Controluce immette la tragica vicenda della regina cartaginese, perdutamente innamorata dell’eroe troiano, che l’abbandona per navigare verso l’Italia dove fonderà Roma e per cui si toglierà la vita, in un’aurea fiabesca, assecondando il libretto di Nahum Tate.

E’ infatti una terribile maga a decretare il destino della regina che, prima di suicidarsi, si lascia andare ad un lamento: “When I am laid in earth”, che rimane come una delle arie più sublimi della musica di ogni tempo.

Tra reale, i due performer (Irene Paloma Jona e Gabriel Beddoes) che incarnano i due protagonisti, muovendosi sulle coreografie di Paola Bianchi, e la suggestione irreale delle ombre mosse da Cora De Maria, Alberto Jona e Jenaro Meléndrez Chas, navighiamo come rapiti in un sogno insieme alla grande nave di Enea, tra sortilegi, dèi e folletti, sino al finale dove, sulla tomba di Didone, aleggiano gli amorini, che il Coro invita a vegliare per sempre sull’anima della sfortunata regina.

Durante Incanti abbiamo potuto anche assistere con interesse agli studi delle dieci compagnie candidate per il progetto Cantiere, realizzato in collaborazione con Alpe Adria Puppet Festival di Gorizia, IF-OFF di Milano, il festival dei burattini e delle figure Arrivano dal Mare di Ravenna, Immagini dell’Interno di Pinerolo, Animar, Festival Internazionale del Teatro di Animazione sul Mediterraneo di Cagliari, che invita nuove generazioni di attori a misurarsi con il teatro di figura.

Sono risultati vincitori i progetti di Silvia Battaglio/Biancateatro con “Sposa Blu”, Valentina Lisi con “Relazioni Necessarie”, Antonella D’Ascenzi con “Hilar”, Martina Mirante con “L’origine dell’occhio”.

In questa edizione sarebbero dovuti andare in scena anche gli spettacoli finalisti dell’edizione passata ma, causa isolamento, non vedranno la luce se non il prossimo anno.

Le compagnie selezionate nell’edizione 2019 sono state comunque invitate a partecipare, e hanno presentato qualche estratto di altri loro lavori.

Abbiamo così visto dal vivo Drogheria Rebelot nell’omaggio a Munari “Cartasìa”, con un curioso armadio in cui la carta prende vita, Hombre Collettivo con lo spettacolo “Casa nostra”, co-vincitore del Premio Scenario Infanzia e, online, quello di Ingegnerie Emotive “Di draghi, d’avventure e cavaliere”, protagonista un Don Chisciotte di carta.

Accenni sul teatro di figura in Italia: “Kafka e la bambola viaggiatrice” – da Incanti 2020

sipario.it, Valeria Minciullo – 28 ottobre 2020

C’è sempre questo annoso problema che, in Italia, il teatro non gode del successo che gli spetterebbe, e uno scarso riconoscimento generale, da parte di potenziale pubblico e istituzioni, come dimostrano anche i recenti provvedimenti in materia Covid, che lo mortificano e declassano ad “attività non essenziale”.

Se questo vale per prosa, danza e opera, ancor di più lo è per il teatro di figura, al punto che gran parte della gente non saprebbe nemmeno dire il significato dell’espressione. Bambole, burattini, ombre, pupazzi… così è certamente più chiaro, ma non appena accenni a descrivere di cosa si tratta, è altamente probabile che si associ questo genere di spettacolo a una dimensione fanciullesca: magnifica, sì, ma ormai superata. E, quindi, a meno che non ti stia rivolgendo a eterni Peter Pan, o instancabili sognatori, difficilmente incuriosirai il potenziale spettatore. Non che il teatro di figura non metta anche in scena storie dedicate ai bambini, prestandosi naturalmente a incantare, sorprendere, ipnotizzare e utilizzando quelli che sono strumenti per loro così familiari… ma non soltanto, non esclusivamente. Senza contare che ciò che può appassionare o insegnare qualcosa a un bambino, potrebbe fare altrettanto con un adulto.

Oltre a dover superare il pregiudizio, gli artisti che operano in questo campo, in aggiunta alla difficoltà di trovare sale teatrali che ospitino i loro spettacoli, si trovano a dover spesso lavorare all’estero (dove invece questo genere va anche fortissimo) o a sperare che qualche maestro del settore tenga un corso in Italia, non esistendo nel nostro Paese delle scuole ufficiali preposte alla loro formazione. E pensare che l’Italia non è certo ultima in quanto a tradizione. Tutt’altro! Pulcinella dalla Commedia dell’arte e l’Opera dei Pupi, sono solo due esempi, tra i più noti, che non portano solo la prova di un’antica e solida tradizione (che ha origine almeno dall’epoca classica) ma, mettendo in scena storie quotidiane o epiche, sono anche la dimostrazione che il teatro di figura (quando ancora non si era nemmeno ben delineato il concetto di infanzia) era stato pensato proprio per rivolgersi a un pubblico adulto.

Incanti 2020 – edizione OnLive sul teatro di figura

Fortunatamente, ciò che non manca in Italia, sono dei festival dedicati a promuovere questa forma d’arte così complessa e sofisticata, dietro la quale si nascondono anche lunghi anni di intenso lavoro. Nel novero, ricordo Incanti, rassegna internazionale del teatro di figura che si svolge a Torino, e che avrebbe dovuto essere quest’anno alla sua XXVII edizione; “sarebbe” in quanto è stata pensata come un’eccezione al percorso, un’edizione OnLive, per adeguarsi al cambiamento imposto dalla pandemia. Dall’8 al 15 ottobre si sono infatti susseguiti una serie di spettacoli, eventi e workshop, dal vivo e spesso, combinatamente, fruibili online. Le interviste sono ancora visionabili sulla pagina Facebook del festival, mentre quasi tutti gli spettacoli sono rimasti a disposizione per 48h in streaming. Tra questi, mi ha colpito in particolar modo l’intervista a Marta Cuscunà, talentuosissima e affermata artista del settore che ha raccontato le difficoltà, ma nello stesso tempo l’entusiasmo che precede e accompagna ogni sua creazione, e uno tra gli spettacoli proposti, di cui avevo già letto un’ottima recensione.

Kafka e la bambola viaggiatrice: da una storia fantasiosamente vera

Lo spettacolo, della compagnia Teatro delle apparizioni, è stato una piacevolissima immersione in una vicenda che forse nemmeno tutti gli appassionati di Franz Kafka conoscono.

L’idea è stata suggerita dal romanzo di Jordi Sierra i Fabra (protagonista, tra l’altro, di un incontro col pubblico al termine della rappresentazione) che ha riportato una singolare vicenda, rimasta altrimenti inespressa e senza memoria; ma ancor prima da Dora Diamant, la compagna di Kafka, che raccontò un caso che aveva coinvolto lo scrittore nell’autunno del 1923, un anno prima della sua morte. Quando si trovava a Berlino, infatti, era per lui una piacevole abitudine recarsi allo Steglitzer Park, e passeggiando, in un pomeriggio apparentemente simile a tutti gli altri, s’imbatté nel pianto di una bambina, Elsi, disperata per aver perso la sua bambola. L’evento lo attirò e lo turbò allo stesso tempo e a tal punto da prendere a cuore la disperazione della piccola e cercare, a suo modo, di consolarla; inoltre – ma questo entrambi non lo sapevano ancora – a darle una grande lezione di vita.

Gli sviluppi della storia e l’impatto emotivo, visivo e sonoro

Lo spettacolo si apre con l’ingresso di Desy Gialuz, che introduce la vicenda con una voce rassicurante e morbida, come quella di una madre che si appresta a raccontare una fiaba ai propri bambini, muovendo i passi dentro una scenografia dapprima semplice, eppur d’impatto. Foglie secche punteggiano il palco, e lo sfondo è una grossa nuvola nera su un cielo verde bosco, uno schermo che scopriremo cangiante nel corso d’opera. La musica languida del pianoforte ci introduce ancora di più nel mood dell’intero spettacolo: dolcissimo, poetico, cullante. Sul lato della scena, una panchina sorregge i sussulti di Elsi, qui una bambola dal cappottino azzurro pastello, i capelli a fili rossi di lana, e un’espressione trasognata. È sempre Desy Gialuz, che rimane visibile seduta alle sue spalle, come una presenza non presenza, a manovrarla anche nei più piccoli movimenti, ricreando un effetto assai realistico. L’entrata in scena di Kafka, interpretato dal perfetto Valerio Malorni (che insieme a Fabrizio Pallara si occupato dell’adattamento e della drammaturgia) si staglia di profilo su uno sfondo insolito come uno strano personaggio magrittiano, ben vestito e con la tipica bombetta nera. Anche attraverso la mimica, la gestualità e l’eloquio sincopato, scopriamo la bizzarria del personaggio, il lato sensibile e umano, la sua fantasia: per consolare Elsi, Kafka s’inventerà infatti di essere “il postino delle bambole” e tornerà ogni giorno, e per circa tre settimane, a portarle una lettera scritta per lei da Brigida, la bambola scomparsa. Saranno lettere scritte ogni sera nella penombra del suo studio, alla scrivania dove a ispirarlo c’è un grande mappamondo illuminato e la compagna Dora (interpretata sempre da Desy Gialuz), dapprima trascurata per questa novità, ma poi complice e consigliera in questa scrittura febbrile, il cui impegno è forse superiore a quello richiesto per un romanzo. Perché dall’altra parte c’è l’aspettativa, la speranza, il dispiacere o la gioia di chi egli sa esistere, e di cui dovrà affrontare il giorno dopo forse una delusione, di certo la curiosità, sperando ogni volta di vederne lo sguardo rinfrancato, le preoccupazioni acquietate.

L’intimità della casa viene resa attraverso lo schermo che diventa trasparente, come a spiare la coppia attraverso un velo, o un’enorme vetrata un po’ opaca, dietro cui scorgiamo due camere adiacenti e i personaggi che si muovono all’interno, talvolta nella stessa stanza, talvolta nei vani separati, creando una scena visivamente molto interessante. Il suono di un violino accompagna nel mentre lo spettacolo, seguendo una partitura incalzante, per rendere ancor più vibranti questi attimi di genio e frenesia.

Il senso profondo dello spettacolo: l’incanto che si muta in disincanto

L’impegno e il talento di Kafka nell’inventare storie fa sì che questa avventura si trasformi in una bellissima metafora: attraverso le sue lettere, egli rende partecipe Elsi della volontà della sua bambola, ovvero l’ambizione verso una libertà che non compromette certamente l’affetto che nutre per lei; è arrivato infatti, per Brigida, il momento di staccarsene fisicamente e di esplorare il mondo: Londra, Parigi, infine l’Argentina, dove Kafka, per concludere questa sorta di corrispondenza, decide di farle incontrare l’amore. Lo sfondo verde intanto, viaggio dopo viaggio, inizia ad acquerellarsi di nero e la grande nuvola presente all’inizio si dissolve per lasciare il posto a simboli e panorami tipici delle città descritte.

La finzione (Kafka, a tratti, sembra quasi un mago che dispensa meraviglie dalla sua bombetta) non è qui però illusione o inganno, ma un fantastico espediente per far compiere a Elsi un passo in avanti verso il mondo adulto e l’accettazione della realtà, che avviene proprio quando arriva a scoprire, pian piano e senza traumi, che la storia è inventata, ma il messaggio è assolutamente profondo e vero.

L’epilogo dello spettacolo si discosta lievemente dalla vicenda reale, ma resta perfettamente intatto il messaggio complessivo: l’importanza del lasciare andare cose o persone che siano, e il distacco dall’idea di amore come possesso, per la via che conduce alla piena realizzazione dell’altro, anche lontano da noi, senza mai spezzare del tutto il legame che, nel corso del tempo, si trasforma.

Cala dunque il sipario e i forti chiaroscuri delle luci, come le palpebre sugli occhi dopo aver ascoltato una fiaba prima di dormire, conoscendo un lato inedito di Kafka, e ritrovando il nostro, più intimo e bambino.

E per chiudere il cerchio: non è forse vero che ogni adulto ne ha bisogno?

Teatro di figura, danza e ragazzi: il meglio delle ultime stagioni

Krapp’s Last Post, Mario Bianchi – 10 gennaio 2022

[…] Il rapporto tra attore e marionetta è proposto in maniera densa di suggestioni in “Kafka e la bambola viaggiatrice” del Teatro delle Apparizioni, dal romanzo di Jordi Sierra i Fabra, con l’adattamento e la drammaturgia di Valerio Malorni e Fabrizio Pallara che ne cura anche la regia: è un autentico viaggio alla scoperta del mondo che avviene attraverso l’esplorazione del dolore della perdita, visto come qualcosa che attiene alla natura stessa della vita.
Tutto questo è esplicitato in scena dall’amicizia tra lo scrittore ceco Franz Kafka, interpretato con estrema intensità da Valerio Malorni, che si finge il postino delle bambole, ed Elsi, una bambina  che ha smarrito la sua bambola Brigida, qui rappresentata da un’efficace e vivissima marionetta, creata da Ilaria Comisso e animata da Desy Gialuz.
Kafka, immaginando che Brigida non si sia persa, inventa e legge alla piccola Else, in 21 giorni, ben 17 lettere scritte dalla bambola, provenienti da tutto il mondo. Lettera dopo lettera, le parole scritte riescono a nutrire in modo profondo la relazione tra due esseri così differenti per età e per periodo della vita: una in divenire e l’altra verso il tramonto. Eppure quella relazione non solo è possibile ma è, incredibilmente, necessaria. Si riconosce la spinta alla crescita che lega l’adulto all’infanzia e viceversa, che spinge entrambi a trovare istintivamente un terreno comune in cui crescere. […]

Share:
Creato da Davide Teoli